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FAQ 2017-09-23T12:35:40+00:00

Perché un momento collettivo?

 

Una ricerca così ampia com’è quella EdT, non può non prevedere una situazione in cui si dà la possibilità di discutere all’interno del gruppo dei diversi contenuti affrontati sui diversi fronti. Mancando il processo assembleare costante, i momenti di confronto più ampio non potevano limitarsi a quando alcuni si incrociavano sul campo, per questo ci siamo dati un momento per vederci e riflettere.

Com’è organizzata?

Le giornate sono state divise in tre momenti a partire dall’argomento del giorno: seminario con “esperti”, presentazione e difesa interna del singolo RN, restituzione dell’intera ricerca alle popolazioni. Il seminario vuole fornire gli strumenti analitici utili in primis al gruppo (nonché a tutti i partecipanti) e ha lo scopo di sedimentare una discussione di fondo che possa funzionare da cornice teorica delle ricerche svolte da soggetti talvolta molto eterogenei. La restituzione interna ha sia funzione per il RN, perché viene attaccato, consigliato e può prendere coscienza di limiti e potenzialità del lavoro svolto fino ad allora, che a EdT intero, in quanto tutti possono entrare a contatto con la ricerca nella sua specificità e interezza. La restituzione ha lo scopo di fare materiale il concetto di ricerca pubblica: da mesi ci siamo spesi fuori ma soprattutto dentro al cratere per rendere pubblica la ricerca. Farlo collettivamente ha sia lo scopo interno di far vivere un momento a contatto con il territorio di chi ha fatto poca o nulla ricerca sul campo, sia quello esterno di mostrare al territorio la complessità e l’articolazione di una ricerca collettiva. Ha, infine, il non minore ruolo di dimostrare alle istituzioni (universitarie non) che si può fare scienza in maniera fondata e con picchi di eccellenza anche al di fuori, quando non contro, di esse. È, al tempo stesso, il modo di dire a quelle istituzioni che l’esigenza di ricerca sociale critica è urgente e che è solo grazie all’autorganizzazione che in minima parte si realizza.

Perché ora?

 

È passato il primo anno e la situazione è drammatica. Potrebbe bastare dire che solo il 10% della popolazione ha superato la condizione di prima necessità ed è entrata in quella che viene definita emergenza. Il commissario alla ricostruzione e il capo della protezione civile si sono dimessi qualche giorno prima del primo anniversario. 
Dal punto di vista interno, i gruppi EdT hanno svolto la maggior parte del lavoro esplorativo e di campo, stanno cominciando a concretizzare il discorso delineato finora e analizzando i dati raccolti. Entro fine ottobre dovrebbero essere ultimati i paper da consegnare ai revisori anonimi per una pubblicazione che raccolga il nostro lavoro. È a buon punto anche il prodotto video su cui alcuni di noi stanno lavorando. Pensiamo che inizio ottobre sia un buon momento rispetto a questa tabella di marcia, affinché rappresenti un momento per tirare le fila prima di mettere nero su bianco le nostre deduzioni. È anche un buon momento rispetto alla tempistica del disastro: finita la prima emergenza (consegnato qualche villaggio sae, riaperti tutti i punti di approvvigionamento, etc) c’è modo di avviare dei discorsi sul territorio che esulino dalle necessità basiche. Non è un caso che sia il momento in cui anche gli altri soggetti in campo si stanno consolidando nelle rispettive posizioni: in questa battaglia siamo chiamati a stare visto che siamo tra i pochi ad aver prodotto una narrazione alternativa a quella dominante.

Perché li?

Abbiamo scelto un punto del primo cratere per una combinazione di ragioni logistiche. Non l’abbiamo ritenuta una scelta penalizzante poiché l’area in cui ci muoveremo risponde ai criteri di fattibilità oltre a quelli scientifici (è passato l’anniversario e quindi i rischi di sovrapposizione, lo stato del processo è più avanzato, etc). Ci sarebbe piaciuta una scuola itinerante che percorresse le migliaia di miglia terremotate, magari la Scuola #2 quando avremo i soldi per i camper e per sale riunioni su ruote.

Perché è aperta agli esterni?

 

Abbiamo pensato che alcuni esterni potessero candidarsi alla scuola, che comunque prevede momenti di restituzione pubblica. Questo ha permesso di tenere la porta aperta a terremotati, residenti del cratere e attivisti politici che fanno parte del processo che si vuole analizzare: sarebbe stato controproducente chiudersi invece che interagire con chi è interessato al percorso di EdT. I pochissimi ricercatori, esperti etc selezionati sulla base di curriculum e motivazioni saranno invece una voce esterna e critica che si aggiungerà al lavoro degli accademici invitati a intervenire, nella revisione dei lavori interni.

Perché questo tipo di logistica?

Abbiamo cercato di mantenere al minimo i costi per gli iscritti, consapevoli dello sforzo fatto finora in un progetto totalmente volontario e non retribuito. La struttura scelta all’interno del cratere risponde alle variabili di semplicità, economicità e gli altri tipi di necessità. I pasti condivisi sono stati pensati per sostenere una famiglia di terremotati che ha perso la propria attività ristorativa: una struttura del genere ci permette di coinvolgerli. Abbiamo scelto la combinazione sabato – martedì per dare la possibilità a chi ha il week end o la settimana occupata di partecipare, aderendo alle prime o alle ultime giornate.

Perché si chiama “Scuola” e non “Giornate di Autoformazione e ricerca pubblica extra-accademica” ?

 

Perché è più comodo.